Una settimana fa, al termine di un’estate di amarcord alpino, sono tornata sulla cima del Monte Rosa, in particolare sulla Punta Gnifetti dove sorge la Capanna Regina Margherita, il rifugio che con i suoi 4.554 metri di quota è il più alto d’Europa, nonché uno degli osservatori fissi più alti del mondo.
Amarcord alpino dicevo e in effetti, in ottemperanza al termine dialettale romagnolo scelto da Federico Fellini come titolo di un suo celebre film, tutta quanta la salita è stata per me un susseguirsi di memorie, un prepotente “io mi ricordo“ il cui bagaglio di emozioni è stato diversissimo da quello che potevano provare i miei compagni di cordata, quasi tutti al loro primo quattromila. Per me, invece, si trattava della quarta volta, non come salita a un quattromila, bensì proprio alla Capanna Margherita.
Il primo tentativo risaliva a oltre quarant’anni prima, quando da sedicenne innamorata della montagna seguivo le orme di mio padre. Le previsioni meteo, allora, erano decisamente meno affidabili di adesso e gli alpinisti di pianura partivano speranzosi da casa, salivano per il pernotto fino ai 3.647 mt. della Capanna Gnifetti e aspettavano pazienti la sveglia delle quattro per scrutare il cielo. A noi l’alba aveva portato cieli lividi e neve abbondante e forse non fu del tutto un male, visto i problemi di quota accusati allora da mio padre e dai suoi amici del C.A.I. Del resto, la sola immagine di quel nido d’aquila dalle travi di legno scuro, appollaiato sullo sperone di roccia che separa il ghiacciaio del Garstelet dal ramo orientale del ghiacciaio dei Lys, valeva il viaggio.
Una manciata di anni ed ero di nuovo lassù, questa volta con gli sci ai piedi. La Capanna Gnifetti era già piena allora e la confusione delle cordate in partenza alla luce delle pile frontali tolse forse un po’ di smalto all’impresa. Anche se fu la mia prima volta in cima al Monte Rosa, stranamente di quella salita non ho grandi memorie, davvero non saprei dire se trovammo il sole né cosa provai a guardare il mondo dalla terrazza della Capanna Margherita, prima di togliere le pelli di foca e lasciar correre gli sci lungo il ghiacciaio: erano anni in cui le salite alpinistiche e scialpinistiche si inanellavano una dietro l’altra, anche all’estero, e forse preferivo il fascino di montagne meno famose e meno frequentate, barattando il primato dell’altezza con gli aspetti tecnici dell’itinerario. Se mi fermo a pensarci adesso, dalla bruma dei ricordi emerge a tratti l’immagine di un pellegrinaggio al gabinetto, un poggiolo aereo discosto dal rifugio dal cui buco incrostato di ghiaccio spiravano, per fortuna, venti monsonici. Ma l’immagine dura nella mente solo pochi istanti e forse quel cubicolo maleodorante che ricacciava indietro voglie e tentazioni apparteneva a un altro rifugio, chi lo sa.
Poi venne il 1995 e la salita al Monte Rosa si trasformò in una prova di matrimonio con tanto di Santa Messa domenicale, per buon senso alpinistico celebrata durante la discesa all’interno della Cappella che sovrasta di pochi metri la Capanna Gnifetti: per me e per Roberto fu una salita speciale in compagnia di Don Cesare, l’amico prete – nonché buon alpinista – che ci avrebbe sposato. Per l’occasione scartammo l’idea del rifugio superaffollato e scegliemmo di pernottare al Bivacco Felice Giordano ai piedi del Cristo delle Vette, una statua di bronzo di Gesù benedicente issata dagli Alpini nell’agosto del 1955 sulla sommità del Balmenhorn, a 4.167 metri di quota, a ricordo dei Caduti di tutte le guerre e a protezione di coloro che affrontano i pericoli della montagna. Fortuna che il Cristo vegliava su di noi, perché per l’intera notte i due amici preti che accompagnavano Don Cesare vomitarono l’anima per via della quota, inneggiando in un furore mistico al Dio delle potenze che aveva creato quella visione di rocce, ghiaccio e nuvole, così celestiale da far nascere preghiere spontanee e così demoniaca da sconvolgere lo stomaco fino all’ultimo budello. In prossimità dell’alba, lasciata la coppia intonacata a recuperare le forze, ci incamminammo in tre verso la Punta Gnifetti, godendo di una spettacolare aurora sulla cresta dei Lyskamm, la cui traversata resta ancora oggi una delle più belle delle Alpi. Per me e Roberto fu anche un allenamento in vista del viaggio di nozze che ci avrebbe portato in Nepal, nel gruppo dell’Annapurna, fino a salire i 6.584 metri del Chulu East.
La terza Margherita, nel 2007, fu scelta nuovamente come allenamento per la quota in vista del mio ritorno in Nepal, dove avrei percorso la Rolwaling Valley e tentato di scalare la cima del Parchamo Peak, i cui 6.273 metri rimasero però in balia di un vento glaciale e pericoloso, lasciandomi quella punta di amaro che sempre portano le rinunce e facendomi capire che in montagna, e forse anche nella vita, più dell’allenamento e del tempo conta l’affiatamento con il compagno di cordata. La terza Margherita fu una salita adulta, veloce e senza sogni, affacciata sui crepacci come su uno spettacolo già visto.
Ed eccoci a pochi giorni fa, quando la quarta volta ha riportato l’emozione dei primi tempi, soprattutto alla vigilia della partenza. La Capanna Gnifetti è ora più confortevole, il servizio di ristorazione non teme il confronto con location di bassa quota e i bagni hanno finestrelle aperte sui crepacci dei Lys che sono quadri d’autore. Resta la folla e la confusione alla partenza, ma poi il suono dei ramponi sulla neve riempie il buio della notte e la carovana di lucciole si snoda lungo la pista che risale il ghiacciaio, quasi composta e silenziosa per la fatica, e appare lunghissima, perché la comparsa sui social ha fatto della Capanna Margherita una meta cult, un brivido insolito da provare nel cerchio delle esperienze adrenaliniche. Ormai quassù non si incontrano più solo amanti della montagna, ma esperti selfisti e giovani atleti.
“Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età, dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità…“
Così cantava Francesco Guccini nella ballata dei dodici mesi e forse è proprio per questo che sono salita per la quarta volta in cima al Monte Rosa, per ricominciare il gioco della mia identità e darmi ancora una volta, prima che il fuoco del destino la bruci in scintille, la possibilità di vivere un’alba ad alta quota.






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