Una passeggiata nel bosco

Al potere rigenerante degli alberi credo da sempre e forse è proprio per questo che guardo con sospetto alle attività di wellness che negli ultimi anni stanno spopolando sul web: forest bathing, mindfulness e silvoterapia, therapeutic landscape, forest therapy, into the night (vivere il bosco di notte), abbracciare gli alberi, treetop walk (le passeggiate verticali nei boschi), passeggiate sensoriali nelle foreste… insomma, un tripudio di esperienze che puntano a migliorare il nostro equilibrio psicofisico attraverso il connubio di attività motoria, strategie di rilassamento e una totale immersione nella natura.

Che il loro valore attrattivo, e quindi commerciale, sia incrementato dall’uso parossistico della terminologia inglese mi fa quasi sorridere, considerato che forest bathing deriva dall’espressione giapponese Shinrin-yoku: è infatti di origine nipponica la pratica di immergersi fisicamente e mentalmente nella natura, nata addirittura come parte integrante di un programma sanitario nazionale, varato nel 1982 per fronteggiare i disturbi legati allo stress e all’ansia che caratterizzano gran parte della popolazione giapponese. Numerosi studi hanno da tempo dimostrato gli effetti benefici di una passeggiata nel bosco, che non sono di certo in discussione: la salubrità dell’aria migliora la capacità polmonare, mentre diminuiscono pressione sanguigna e frequenza cardiaca; l’attività fisica all’aperto rafforza il sistema immunitario e riattiva il metabolismo, oltre a ridurre gli ormoni dello stress e favorire la produzione di serotonina, l’ormone del buonumore; i suoni del bosco hanno un potere rilassante e calmante e aiutano la concentrazione e la connessione con se stessi.

Ma in questo marasma di proposte di wellness, naturalmente guidate da esperti nel settore e da svolgersi in gruppo, dove finisce la comica disavventura narrata da Bill Bryson in Una passeggiata nei boschi o il realismo magico che Dino Buzzati semina ne Il segreto del bosco vecchio, dove la foresta è popolata da geni che sono i custodi degli alberi e da venti buoni e cattivi che scorrazzano in mezzo alle loro chiome? Citerei anche l’eroismo inutile – benché necessario a lui stesso – del giovane Christopher McCandless, magistralmente descritto nel libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme, non certo per auspicare il tragico epilogo di Alexander Supertramp, ma per rivendicare il piacere di una semplice passeggiata nel bosco, dove decidere in autonomia quando e dove fermarsi, cosa annusare, se chiudere gli occhi immergendosi nel silenzio popolato da mille suoni, oppure lasciarsi conquistare dall’incanto della luce che filtra attraverso il tappeto delle fronde. Perché altrimenti anche l’esperienza di immergersi nella natura rischia di riprodurre le logiche tanto vituperate del tempo moderno, dove tutto è scandito da compiti e impegni e anche l’attività ludica – il vecchio ‘tempo libero’ di una volta che oramai fa sorridere a chiamarlo così – si riduce alla novità del momento, da provare in stile “mordi e fuggi” e inevitabilmente eterodiretta.

E così, in rappresentanza del magico mondo vegetale che è anche l’emblema della lentezza, ho scelto l’immagine del Custode del Tempo, un larice secolare nato nel 1478 (anno più, anno meno, in base alle risultanze del carotaggio effettuato per scoprirne l’età – afferma il custode del rifugio Val di Fumo che sorge poco al di sotto delle sue pendici), che da oltre cinque secoli osserva il passaggio di uomini e animali, e anche di soldati in alcuni anni nati storti, ascolta il fischio del vento, ode mormorare le acque del fiume Chiese e assiste al calare del freddo che la prima neve ti mette dentro.

Ma davvero abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica di abbracciarne il tronco e accarezzarne la corteccia per scoprire e percepire tutta l’energia che emana da questo monumento vegetale?

2 risposte a “Una passeggiata nel bosco”

  1. Avatar Maurizio Tobaldini
    Maurizio Tobaldini

    Di tutte le parole anglosassoni  che hai citato, non solo non ne capisco niente, ma non le ho neanche mai sentite nominare; forse perché alla lettura preferisco l’attività all’aperto, alla meditazione preferisco il sudore. Da sempre il bosco mi affascina e mi fa star bene.

    Ma il bosco spesso è l’anticamera di quello che viene dopo, più in alto, dove gli alberi sono sostituiti dalle rocce. Ecco li, dove l’orizzonte si amplia, sto ancora meglio.

    Maurizio

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    1. Eh già, credo che tu abbia ragione Maurizio: per quelli come noi, compagni di passioni alpine, il bosco è spesso un’anticamera!

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