Il potere delle emozioni

Durante la fase finale del mio viaggio in Algeria abbiamo raggiunto Ghardaia, capitale della Pentapoli ibadita. Ci trovavamo nella regione dello M’Zab, nell’estremo nord del deserto del Sahara, una zona inospitale e apparentemente inadatta alla vita dove nell’XI secolo si insediarono i seguaci dell’ibadismo, una corrente religiosa islamica di origine berbera che rappresenta la terza via dell’islam tra sunniti e sciiti. Insieme a Ghardaia le altre città sono Beni Isguen, Melika, Bou Noura ed El Atteuf e tutte rispecchiano l’organizzazione sociale tradizionale, a partire dalla struttura architettonica delle città, con moschee piramidali che dominano l’abitato dal suo punto più alto, per finire al governo delle comunità, affidato ai capi spirituali musulmani.

Negli antichi ksour della Pentapoli, oggi Patrimonio UNESCO, le case e le strade si inseguono come le celle di un alveare, i passaggi coperti ti aspettano dietro ogni nuovo angolo e la luce e l’ombra disegnano un mondo di opposti, di vuoti e di pieni che affascina l’occhio e il cuore. In queste comunità lo straniero è ben accetto, purché si sottoponga ad alcune regole ben precise: obbligo di visitare le città accompagnato da una guida locale, rispetto degli orari imposti per le visite, divieto di indossare capi che mostrino spalle e gambe, divieto di fumare e soprattutto divieto assoluto di fotografare le persone, tutte indistintamente, uomini, donne e bambini. Non stupisce che con simili regole il viaggiatore abbia l’impressione di attraversare delle città fantasma, dove i pochi segni di vita si limitano a una motocicletta che sosta in un androne, a un bambino che si aggira sperduto tra i vicoli, all’ombra di un condizionatore che racconta di estati calde battute dal Simùn, il vento forte, secco e polveroso che soffia dal deserto.

E invece no, perché a un tratto, appena dietro le spalle o in lontananza al riparo di un’arcata, ecco che compare una sagoma bianca, un fagotto dalla forma indistinta che procede rasentando i muri delle case: è la donna mozabita che si aggira tra le stradine dello ksar, coperta e protetta dal suo ahouli, qualcosa che non potrei definire come velo e neppure mantello, forse sudario, ecco, forse la parola sudario sarebbe la più adatta se non cercassi di sospendere il giudizio che istintivamente una donna occidentale della mia generazione è portata a esprimere nei confronti di un sistema sociale che obbliga la donna a guardare il mondo come Polifemo… e sì, perché l’ahouli è un telo di lana di grandi dimensioni che avvolge completamente il corpo femminile fino a lasciarne scoperto soltanto un occhio, per una superficie di pochi centimetri.

Ho visto molte donne coperte nel corso dei miei viaggi: donne velate, incorniciate da foulard o nascoste dai burqa; io stessa, per viaggiare in Iran, ho accettato di coprirmi la testa e le braccia in tutte le occasioni pubbliche… eppure… eppure mi ferisce il pensiero di una donna costretta a sbirciare il mondo da un buco poco più grande di un occhio, mentre con la mano stringe ad arte la stoffa perché non dia inciampo più del necessario al suo incedere ingolfato. Mi chiedo se chi ha pensato a un simile espediente per evitare l’insorgere di pensieri peccaminosi, davvero non sappia che uno sguardo possa parlare più di mille parole e sia capace di sussurrare desideri meglio delle labbra. Ma l’occhio della donna mozabita è rivolto verso il basso, forse non le è concesso di spiare le nuvole o forse, più semplicemente, per camminare bardate in quel modo bisogna prestare attenzione ai propri piedi.

Malgrado la rigidità del sistema sociale, la Pentapoli ibadita mi ha sedotto con l’armonia delle sue luci e penombre, con i rosa e gli azzurri che decorano i muri delle case fatti di sabbia, argilla e gesso, con la grazia di certi passaggi coperti e le aperture che filtrano scampoli di luce che paiono rubati alle albe. L’emozione più grande l’ho provata mentre salivo i gradini della Torre Boulila, la torretta di avvistamento di Beni Isguen, ed è stata così forte e improvvisa da farmi riconoscere in un istante l’armonia luminosa che una volta, molto tempo prima, avevo trovato visitando la Cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, in Francia, dove Le Corbusier ha creato nicchie e penombre per avvolgere il fedele di luce divina. Quando raccontai alla guida algerina la strana impressione provata nella torre, quel déjà-vu emotivo che mi aveva colpito, lui mi fece presente che non era affatto strano, perché proprio a Ghardaia l’architetto francese aveva trovato l’ispirazione per cambiare per sempre la sua prospettiva della luce e dello spazio, fino ad allora influenzata dalle atmosfere bretoni. Ma della vita di Le Corbusier io non sapevo nulla e quella chiesa francese l’avevo vista una volta soltanto quarant’anni prima, e che la memoria emotiva fosse così potente da trasportarmi in pochi secondi verso un ricordo del cuore davvero non lo sapevo.

A uno dei compagni di viaggio che aveva giustificato la mia intuizione con il fatto che avessi studiato, rispondo adesso che per fortuna le emozioni sono democratiche e se ne fregano del titolo di studio o della classe sociale: queste variabili, semmai, faranno la differenza quando si dovrà decidere cosa farne di questa massa indistinta di attimi di felicità, e certo non è cosa da poco, ma l’epifania dell’emozione tocca l’essere umano senza distinzioni e ricollega, in un istante di memoria involontaria, passato e presente, ciò che siamo stati allora con il qui che stiamo vivendo ora, dimostrando che l’uomo non soltanto è una creatura capace di emozionarsi a qualunque età, ma che è anche in grado di rivivere la stessa intensità emotiva a distanza di un largo spazio e di un lungo tempo.

È la madeleine di Proust che ci regala “À la recherche du temps perdu” e per me, risalire i gradini di quella torre bianca nel cuore di una città ibadita, è stato come camminare di nuovo nella luce, in una dimensione mistica dove la ragione cede il passo al sogno.

11 risposte a “Il potere delle emozioni”

  1. grazie!🥰

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  2. Grazie a te Claudio per la tua fedeltà di lettore!

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  3. Ho letto con interesse le tue riflessioni postume sui luoghi algerini. Non so se è sempre vero che le emozioni sono democratiche: spesso aiuta molto l’aver studiato, soprattutto per i collegamenti con i déjà vu, magari molto lontani nel tempo e nello spazio. Come sempre, descrivi con precisione i posti, gli angoli delle città e le poche persone incontrate. Uno ha veramente la sensazione di trovarsi lì nel momento in cui ti legge. Complimenti.

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    1. Grazie per i complimenti Paolo! Condivido la tua idea che spesso l’aver studiato aiuta, ma dal mio punto di vista questo vale soprattutto quando si tratta di fare collegamenti ragionati, vale a dire ripescare volontariamente nella memoria informazioni e conoscenze acquisite in precedenza. Per quanto riguarda invece i déjà-vu emozionali, la cui espressione è talmente repentina che si manifesta attraverso i sensi lasciando indietro la ragione, credo davvero che il titolo di studio serva a poco!

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  4. Il vestire, o meglio, il coprirsi delle donne mozabite, è stato per me il culmine negativo del mondo islamico. Mi chiedo: la loro cultura, la loro religione è così radicata da giustificare quell’abbigliamento? Pochi, ma turisti si vedono, penso che ricevono anche Internet, quindi il mondo lo vedono, … se non censurato. E’ una loro scelta o un’imposizione del maschio? Dalla mia cultura, dal mondo in cui vivo, tendo a credere che sia la sopraffazione maschile, mi sembra impossibile che un essere umano scelga di rinunciare alla sua figura in pubblico. Dico in pubblico perché nei negozi di abbigliamento femminile sono esposti bei vestiti, colorati, anche con qualcosa di timidamente sexi. Bohhhh per quanto mi sforzo, proprio non capisco!

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    1. Hai centrato il problema Maurizio: per noi è difficile capire, tanto più quanto quello che vediamo non è supportato da un confronto con l’altro, ma solo alimentato dalle nostre idee. Non è un caso che io abbia suggerito il termine “sudario”, il telo che si usa per avvolgere i morti, perché il corpo delle donne mozabite non è certo morto ma mortificato, almeno in pubblico, quello sì, e io non saprei immaginare di attraversare la vita senza godere delle emozioni che mi regalano i sensi, a partire dalla sensazione del sole sulla pelle. Aggiungo soltanto che l’ipotesi di una genesi maschilista mi trova d’accordo; purtroppo le derive settarie, in qualunque parte del mondo si manifestino, portano sempre a una rigidità di modelli sociali legati al genere maschile e femminile e quando si appartiene a un sistema sociale di questo tipo spesso l’unica identità che ti è concessa è proprio quella che ti attribuisce la comunità.

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  5. Ancora una volta i tuoi scritti mi fanno andare indietro a fatti, sensazioni, episodi. Penso a qualche “fagotto”, dal passo sicuramente giovane, che al mercato mi guardava. Non era uno sguardo triste, non so, poteva essere uno sguardo di curiosità, di comprensione, quasi di interesse verso di me. Quegli occhi trasmettevano tutto quello che può trasmette un sorriso, una scollatura, una coscia scoperta….(vecchio porco!)

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  6. Un’altra cosa che mi ha colpito è stata la sensazione di mancanza di libertà, di essere costantemente controllato, pur in una nazione dove non ho mai avuto impressioni di pericolo; la scorta armata nei trasferimenti e camminando notare persone che ci giravano intorno, … forse polizia in borghese. Una sensazione di fastidio l’ho sentita salendo la scala di una torre. Il custode si è incollato al mio sedere fino al terrazzo, avevo disagio a guardare dalle finestre/feritoie, fermarmi a fare foto. Forse ha colto nel mio sguardo, nel mio abbigliamento, nella mia postura, qualcosa di mussulmanamente … non gradito?

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    1. Quanta diversità di sensazioni nel risalire i gradini della stessa torre. La tua testimonianza mi ricorda che è il nostro sguardo sul mondo a condizionare il rapporto che abbiamo con la realtà: possiamo percorrere lo stesso cammino ed essere compagni di viaggio, ma ciascuno di noi riporterà a casa vissuti ed emozioni differenti, come è giusto che sia in un mondo dove la diversità dovrebbe essere il grande valore dell’umanità.

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  7. Ho trovato il tempo di leggere per bene questo tuo ultimo articolo. Come sempre con la tua scrittura riesci a trasmettere molto bene le tue emozioni e le situazioni tanto che mi sembra quasi di viverle anch’io che in quei bei posti non ci sono ancora stato! Su tutto però mi ha davvero colpito la descrizione della donna mozabita con l’ ahouli… mi ha fatto molto pensare e mi sono immedesimato in lei: guardare il mondo in quel modo deve essere a dir poco angosciante… Detto questo devo aggiungere i complimenti per i tuoi “ricordi di viaggio, sia per i testi che per le immagini: il tuo blog prende forma ogni giorno di più! 🙂

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    1. Grazie Antonio per i complimenti. Nessuno meglio di te può capire quale soddisfazione sia condividere con gli altri le proprie “creature”, che siano parole, fotografie o emozioni.

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