Appena rientrata dall’ultimo viaggio un’immagine perseguita la mia memoria rallentandone il compito di sedimentare emozioni e sensazioni e così, mentre questa archivia luci e ombre che sempre adornano un’esperienza di vita al di fuori dell’orizzonte quotidiano (selezionando i ricordi che sono il sale di ogni racconto di viaggio), quella ne ostacola il lavoro. È un’immagine rimasta impressa nella mente come cifra distintiva del mio andare verso il sud dell’Algeria, lungo la Transahariana da El Oued a Tamanrasset, ed è l’unica fotografia che manca nella memoria del cellulare e della macchina fotografica: è l’immagine delle figure smilze vestite di nero che incrociavamo a tratti lungo i bordi della strada. Avevano una pelle scura che rivelava poco dell’età anagrafica e anche sotto il sole camminavano indossando il giubbotto con cui avevano iniziato il viaggio; nelle mani stringevano l’oro del deserto, una bottiglia di plastica piena d’acqua che, forse, avrebbe salvato loro la vita.
Quasi sempre erano maschi, ragazzi anche giovanissimi. Solo una volta abbiamo incrociato un gruppo di donne che vestiva tutti i colori dell’arcobaleno, è stato come un lampo di luce che screziava di un’allegria quasi stonata le sfumature dorate della sabbia, mentre i bambini che avevano al seguito spalancavano grandi occhi per godersi lo spettacolo della nostra carovana di camper. Malgrado la fatica del viaggio, tutti hanno aperto mani e sorrisi in un saluto, perché in certe parti del mondo la vita si mangia la fetta migliore dell’infanzia, ma talvolta, ed è certamente un grande dono, riesce a lasciarne intatto lo stupore.
Sono i migranti che partono da Niger, Mali, Ciad, Camerun e altri luoghi dell’Africa Sub-Sahariana, sono gli intoccabili a cui il governo algerino vieta di dare aiuto e cibo, se non rischiando una condanna ad anni di carcere. L’Algeria è solo un paese di transito, ma è un passaggio obbligato per di chi insegue il sogno di un futuro migliore. Mentre li vedevo sfilare dal finestrino, il mio viaggio veloce a bordo di un fuoristrada dove avevo acqua e cibo a volontà e aria condizionata per combattere i 40° che il mese di aprile portava su quella terra secca, il loro viaggio era lentissimo e dal destino incerto, fatto di suole consumate e molta paura, di rabbia e disperazione non saprei dire in che quantità, ma soprattutto speranza, di quella dovevano averne davvero tanta per affrontare ogni giorno tutti quei chilometri a piedi. E nel vederli sfilare pensavo che erano loro i veri viaggiatori del deserto, condannati a camminare per anni con gli occhi eternamente fissi sul miraggio europeo. Alcuni sarebbero arrivati a realizzare il sogno, molti altri sarebbero stati respinti alla frontiera con la Tunisia o intercettati lungo il cammino e riportati indietro, anche se per nessuno di loro esisteva più un luogo a cui fare ritorno e sarebbero stati condannati a provarci ancora, all’infinito, come dei Sisifo moderni.
Davanti al loro camminare silenzioso e pieno di dignità non sono riuscita a puntare il cellulare, non volevo che la loro immagine fosse una delle tante pronte a finire nel web per alimentare lo scrolling, lo scorrimento infinito di paesaggi, selfie e porzioni di cibo che raramente lascia spazio alle coscienze. Ma siccome il mondo dei social è allergico alle parole che vagano solitarie, per sostenere il viaggio di questo articolo ho scelto una fotografia che ritrae un’altra migrante, una donna incontrata per strada a Tamanrasset: non so dire cosa contenessero i suoi occhi, quali abissi avessero attraversato per arrivare fino a lì, ma la serenità che emanavano, mentre mostrava con orgoglio il fagotto che teneva legato stretto sulla schiena, diceva al mondo che ne valeva la pena, che si poteva sopportare il dolore e l’umiliazione per offrire a un figlio un futuro migliore. Perché ogni uomo ha il suo Dio e ogni cielo la sua Madonna e per me questa donna col suo bambino, così dolce e forte al contempo, era la Madonna nera di Tamanrasset.

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