Qualche giorno fa, nell’ambito di una serata che ho tenuto presso la sede del CAI di Melegnano, mi sono ritrovata a parlare di tracce, un argomento che da sempre mi sta a cuore. La serata si intitolava “Racconti in cammino” e voleva proporre, attraverso la proiezione di fotografie e la lettura di alcuni brani tratti dai miei libri, la mia personale visione del Viaggio, fatto di partenze e soprattutto di ritorni, di luoghi che sono lontani ma dove l’anima riesce a sentirsi a casa, di cime raggiunte e montagne sognate, di volti che si incontrano lungo il cammino e a volte rappresentano il senso stesso del nostro andare in giro per il mondo.
Di tracce, modestamente, ho una certa esperienza, come qualunque appassionato di montagna che abbia iniziato a salire una cima seguendo le orme di suo padre. E le tracce in montagna sono davvero importanti perché segnalano la direzione e il percorso da seguire, impedendo di perdersi; parlano all’escursionista solitario di chi, prima di lui, ha già camminato in quei luoghi, e finiscono per addomesticare quel lato selvaggio che, senza di esse, la natura continuerebbe a mostrare. Crescendo, però, ho imparato che le tracce più importanti non sono quelle che seguiamo ma quelle che lasciamo dietro di noi al nostro passaggio, perché è soprattutto di queste che siamo davvero responsabili. Perciò, quando mi capita di parlarne in pubblico, scelgo sempre qualche immagine della Patagonia, dove nel lontano 1994 ho avuto la fortuna di compiere una traversata scialpinistica lungo lo Hielo Continental: si tratta di un’immensa distesa di ghiaccio collocata nelle Ande meridionali, lungo la linea di confine tra il Cile e l’Argentina, e che per la sua estensione rappresenta la terza calotta glaciale del mondo dopo Antartide e Groenlandia. Nel 1994 questo angolo della Patagonia era ancora una terra di frontiera, aspra e selvaggia, dove il governo argentino regalava un lotto di terreno a chiunque accettasse di trasferirvisi, garantendo in questo modo la colonizzazione di un confine che in passato era stato incerto; per il governo fu soprattutto una questione politica, perché in pochi avevano davvero capito il potenziale turistico della zona. In quegli anni El Chaltén, che ora è diventata la capitale nazionale argentina del trekking, era soltanto un soffio di vento freddo che inciampava tra poche case di uomini, senza una linea per la corrente elettrica, priva di telefono, senza un presidio medico e dove il soccorso alpino era pura fantasia, malgrado le montagne della Patagonia avessero fatto sognare alpinisti di tutto il mondo e soprattutto gli Italiani si fossero cimentati nell’esplorazione delle sue pareti inviolate, su tutte quelle del Cerro Torre. Chi entrava sullo Hielo Continental, come facemmo noi con le pulka al seguito per trasportare tende e tutto il materiale per vivere sul ghiacciaio per due settimane, lo faceva a suo rischio e pericolo, affidandosi al funzionamento di una radio in caso di bisogno… poi, per un eventuale recupero, ci sarebbe voluta almeno una settimana.
Se ripenso adesso a com’è cambiato quel territorio e a cosa sono diventati certi campi base degli ottomila himalayani, sono contenta di sapere che le uniche tracce che lasciai allora in Patagonia furono quelle dei miei sci, perché quelle erano tracce inconsistenti, destinate a dissolversi con i primi giochi del vento. Perché ci sono luoghi al mondo dove è giusto che l’uomo si senta solo di passaggio, come se certi spazi non fossero fatti per essere abitati, ma soltanto immaginati e pensati in sogno… o attraversati in silenzio, facendo attenzione appunto a non lasciare tracce.
Le tracce invece che ogni viaggiatore dovrebbe avere cura di non cancellare mai sono quelle che il viaggio stesso deposita sulla sua pelle: il ricordo di una certa luce che rivela all’alba una città fantasma; il sapore di un cibo speziato e forestiero; il sorriso di un bambino che ti corre incontro come si fa con gli sconosciuti in certe parti del mondo; lo sgomento che sempre ti sorprende al pensiero di come si possa vivere a certe latitudini. Sono le tracce che restano dentro di noi a testimonianza che “si viaggia perché le cose accadano e cambino; senza di ciò si resterebbe a casa“, -come scriveva Nicolas Bouvier nel suo diario La polvere del mondo, riferendosi soprattutto ai cambiamenti interiori che ogni partenza comporta – ed è con queste tracce che possiamo illuminare, attraverso i racconti di viaggio, lo sguardo di chi per scelta, o per impossibilità, decide di non partire.
Ed ora eccomi qui, sulla soglia di una nuova partenza, a scrutare tra le pieghe di una vecchia cartina stradale le tracce segnate da un cartografo per riprodurre il Tassili n’Ajjer, un massiccio montuoso del deserto del Sahara situato nel sud est dell’Algeria: siamo nel regno dei Tuareg, presso il confine con la Libia, un angolo di mondo dove l’uomo ha lasciato traccia, attraverso pitture e graffiti rupestri, del suo passaggio sulla terra migliaia di anni fa, quando il clima in questa regione era più umido e al posto del deserto vi era la savana. Del resto lo scriveva anche Paolo Rumiz in Trans Europa Express: “I nomadi lo sanno: le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco.”

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