Da circa una settimana si è concluso il mio ultimo viaggio che ha avuto come meta la terra dei faraoni, un luogo che ho iniziato a sognare sopra i libri di scuola e che tra gli anni Ottanta e Novanta diventò una delle destinazioni predilette per i viaggiatori in luna di miele. Nulla di strano: le Piramidi di Giza, Patrimonio Unesco e simbolo stesso dell’Egitto, rappresentano una delle sette meraviglie del mondo antico, le più importanti testimonianze materiali lasciate dalle civiltà che si svilupparono intorno al bacino del Mediterraneo, e di fatto l’unica tra queste ancora visibile agli occhi dell’uomo moderno.
Gli amici che avevo sentito prima di partire, e che avevano già compiuto questo viaggio nell’arco degli ultimi vent’anni, nel parlare della loro esperienza raccontavano la delusione provata alla vista delle Piramidi di Giza, immaginate isolate in pieno deserto e lambite invece in modo inquietante dall’omonima città. Ogni buon fotografo sa bene quanto l’inquadratura prima dello scatto consenta di includere, o viceversa di escludere, intere porzioni della realtà circostante: un documentarista non sceglierebbe mai di eliminare del tutto uno sfondo in grado di competere con il soggetto in primo piano nel catturare l’attenzione, soprattutto se quello sfondo è capace di raccontare come il tempo abbia modificato il soggetto stesso; ma un venditore di mete turistiche invece sì, ed è per questo che sul web proliferano fotografie delle piramidi come se questi monumenti fossero appena spuntati nel deserto. Invece, dalla loro costruzione sono trascorsi all’incirca 4.500 anni e il Grande Cairo, che comprende anche la città di Giza, è diventata la più grande area metropolitana dell’Africa e una tra le prime dieci al mondo, con i suoi oltre 20.000.000 di abitanti.
Malgrado fossi preparata a tutto questo devo riconoscere che, a confronto con quanto hanno fatto gli egiziani nel fagocitare i loro monumenti più famosi, noi italiani nella Valle dei Templi di Agrigento siamo stati dei novellini. E allora ringrazio la nostra guida per averci condotto, prima di visitare Giza, all’area archeologica di Dahshur, dove si trova il prototipo di tutte le piramidi. Se fosse stata completata secondo i progetti originali, quella di Dahshur sarebbe la piramide più grande di tutto l’Egitto, ma era, per l’appunto, un prototipo e durante la costruzione gli architetti si accorsero che la forte pendenza e il terreno cedevole avrebbero comportato il crollo della parte sommitale. Fu così che ridussero l’angolazione da 54° a 43° e il risultato fu una piramide romboidale a doppia inclinazione, un’opera imperfetta ma tuttora meravigliosamente circondata dal deserto e soprattutto ignorata dai turisti. Vista da certe angolazioni la piramide di Dahshur può sembrare addirittura brutta, con la copertura in pietra calcarea bianca che si sgretola rivelando i blocchi sottostanti. Ma se ti prendi il tempo di guardarla con calma, magari compiendo il periplo mentre il sole allontana le nuvole mattutine e riempie di luce africana questa terra secca che mette sete solo a guardarla, allora ne scoprirai la bellezza. Che è lo splendore delle prime volte, il tentativo coraggioso, e per questo commuovente, di realizzare un sogno senza riuscirci, la bellezza del fallimento che mette a nudo l’imperfezione ma intanto rivela la strada, facendo capire che ciò che sembrava impossibile, visionario, utopico, è invece alla portata di chi ha la forza di continuare a crederci.
Adesso posso dire che in Egitto mi è successo qualcosa di molto simile a quello che capita quando si viaggia e si finisce per scoprire che la cosa più affascinante non è la destinazione in sé, ma il percorso che si è dovuto fare per arrivare fino alla meta, un percorso pieno di ostacoli e di soste impreviste, ma anche costellato di scoperte tanto più emozionanti quanto meno te le aspetti. Ecco: la Grande Piramide di Giza rappresentava la meta, ma la Piramide Romboidale di Dahshur è stata il viaggio.

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