Dal mese di maggio posseggo un Marimo che, in base alle dimensioni, dovrebbe avere all’incirca sei anni. Il mio cucciolo di alga a palla si chiama Aurora, come la bambina a cui ha fatto da bomboniera in occasione del battesimo, e che di fatto è la mia prima pronipote. Il cucciolo, pertanto, sarebbe una femminuccia, se non fosse che l’alga a palla è un organismo asessuato e attribuirle un’identità di genere rappresenta quantomeno un virtuosismo del pensiero romantico. Stando a quanto ho letto in rete sulla biologia di questo organismo, la aspetta una vita ultracentenaria.
In natura le colonie di quest’alga si trovano nei laghi dolci di pochi stati al mondo, Giappone, Estonia e Islanda, e anche se furono scoperte all’inizio del diciannovesimo secolo in un lago austriaco, la loro fama è indissolubilmente legata al Giappone. Il nome stesso, infatti, gli venne attribuito da un botanico giapponese nel 1898, unendo le parole Mari – biglia – e Mo, termine generico usato per indicare le piante che crescono nell’acqua. Oltre che alla sua simpatica forma a palla, il Marimo deve la sua fortuna a una leggenda giapponese che narra del tragico amore tra due giovani della tribù Ainu: i due innamorati, non potendo stare insieme per l’opposizione del padre di lei, alla possibilità di vivere separati scelsero di morire insieme negli abissi del lago Akan, dove le loro anime si trasformarono in alghe così da poter sopravvivere al freddo delle acque lacustri.
Il Marimo è considerato un portafortuna di longevità e negli ultimi anni è diventato il regalo ideale come augurio per nascite, compleanni, inaugurazioni di nuove attività e qualsiasi altra occasione speciale, Natale compreso, considerato il suo valore come oggetto di home decor. Ma se in Italia potrebbe trattarsi soltanto di una moda, in Giappone il Marimo resta il simbolo dell’amore eterno ed è riconosciuto addirittura come un Tesoro Nazionale, a cui è dedicato un Festival annuale che si tiene proprio sulle sponde del lago Akan nell’Hokkaido, la più settentrionale delle isole giapponesi.
Per i primi mesi della nostra convivenza, ho trattato Aurora più o meno come un soprammobile. Anche se la cucciola era nata in cattività mi piaceva che provasse l’atmosfera degli abissi dove i suoi antenati proliferavano in natura e, pensando a laghi freddi abitati dalle tenebre, l’avevo sistemata a ridosso della cantina, in una penombra in grado di sfuggire il caldo che attanaglia d’estate la pianura padana… sì, perché il Marimo teme le alte temperature e al di sopra dei 25° sarebbe raccomandabile tenerlo in frigorifero.
Come soprammobile, Aurora, si è comportata benissimo: nessun segno di vita, nessuna intolleranza, una pazienza zen nell’aspettare che ogni quindici giorni le cambiassi l’acqua, come consiglia il manuale per genitori adottivi di Marimo. Del cibo non c’è da preoccuparsi, perché la cucciola si nutre di nitriti e nitrati, e altra robaccia del genere che assimila direttamente dall’acqua in cui è immersa. Malgrado la compostezza degna di un pedigree nipponico, o forse proprio per questo, Aurora non ha mai mostrato alcuna attitudine alla danza e passava le sue giornate spiaggiata sul fondo della sua casetta di vetro, un barattolo che aveva ospitato in precedenza marmellata di ciliegie, o forse di amarene.
Con l’arrivo dell’autunno, e la diminuzione delle temperature, la sistemazione di Aurora è cambiata e la piccola si è guadagnata una pole position sulla mia scrivania. Adesso, quando sono al computer, il verde pisello della sua peluria entra nel campo visivo del mio occhio, offrendomi una tregua dalle parole dello schermo. Ed è solo ora, dopo sei mesi di tiepida convivenza, che è scoppiata la passione. Perché a distanza di qualche settimana dalla nuova collocazione Aurora ha iniziato a danzare. Non che si sia mai cimentata in capriole o arabesque, tanto meno in plié e relevé (e del resto la cucciola non è mica francese), ma nelle giornate luminose ha aumentato il suo metabolismo così tanto che la produzione di ossigeno la porta quotidianamente a galleggiare sulla superficie dell’acqua. Resta il fatto che Aurora è fortemente meteopatica e nelle giornate di pioggia preferisce restarsene accucciata sul fondo del suo barattolo.
Ecco, quando la vedo danzare verso l’alto sospinta dalle mille bolle che si nascondono nella sua peluria, penso che Aurora sia felice. E sento che in fondo un po’ di felicità la regala anche a me nel suo nuotare verso il cielo, tirata su come un palloncino da migliaia di bollicine che mi ricordano i pensieri felici di Peter Pan. Ed è proprio in quel momento che ogni volta mi chiedo: ma se il cuore dell’uomo è un muscolo così raffinato da essere in grado di affezionarsi persino a un’alga a palla, riservandole pensieri di cura, com’è possibile che facciamo così tanta fatica a occuparci e preoccuparci dei nostri simili?



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