American Dream

Prima di partire per l’America pensavo che un viaggio di molti mesi in quella parte del mondo mi avrebbe riempito di così tanti ricordi ed emozioni che al ritorno a casa avrei assistito a un travaso quasi istantaneo sulla tastiera del pc. Era il mio sogno americano, il pensiero magico che ogni viaggiatore amante della scrittura sviluppa sulla soglia di una partenza. E invece…

Invece sono trascorsi quattro mesi dal mio rientro in Italia e ancora non ho trovato le parole giuste per raccontarlo davvero, questo lungo viaggio, lontano dall’immediatezza quasi invisibile dei social. Nell’America del Nord, percorrendo per cinque mesi il Canada e tutti gli Stati Uniti, dall’Alaska fino a New York passando per il profondo Sud e la sua musica, ho visto paesaggi meravigliosi, l’incanto di una natura che l’uomo sembra non meritarsi più: canyon, cascate, fratture della terra che rivelano tutte le sfumature di quelli che i nativi chiamavano Gli arcobaleni dormienti, e poi nuvole rotonde come pancake e archi di arenaria, i colori psichedelici delle sorgenti termali di Yellowstone e la bellezza selvaggia del West, con le sue torri di roccia rossa e nastri di asfalto srotolati a perdita d’occhio senza nessuno dentro. Sulla costa dell’Oregon le stelle marine che si ingozzavano di cozze mi hanno incantato per ore e lungo le strade del British Columbia ho vissuto il mio The Day Bear, arrivando a contare ben sette esemplari di orso bruno, tutti giovani adulti che brucavano in solitaria l’erba ai margini della strada, perché il lungo inverno era ancora lontano, come del resto i salmoni, e il bisogno di grasso non aveva ancora risvegliato l’istinto del carnivoro. Eppure…

Eppure nel bagaglio dei ricordi che mi ero portata a casa le descrizioni naturalistiche venivano sempre dopo.

Dopo il ricordo delle cassiere dei molti Walmart dove facevamo la spesa e talvolta dormivamo la notte, quando si era prossimi alle città e non c’erano boschi o luoghi tranquilli dove accamparsi: commesse vecchie e lente che esibivano occhiali e pieghe casalinghe da bigodino, spesso in difficoltà a riempire i sacchetti della spesa da porgere ai clienti e però sempre gentili e sorridenti, perché forse lavorare a settant’anni la domenica pomeriggio era comunque un privilegio nella terra promessa, là dove non esiste solo un problema di pensioni ma anche di costi per l’assistenza sanitaria.

Dopo le immagini di Browning, nello stato del Montana, dove i discendenti dei nativi affollavano le slot machine del casinò, una struttura sproporzionata per una cittadina piena di vento freddo e cani randagi, e di persone che non sarebbero mai state americani a stelle e strisce, e forse era un bene ma forse anche un male, perché lo leggevi sui volti duri dagli zigomi ancestrali che da quelle parti la gente aveva perso le proprie radici e senza più radici non c’è nessun luogo al mondo dove sia possibile andare.

Dopo i ringraziamenti a una commessa di un piccolo negozio di ricambi d’auto di Deming, una città della contea di Luna nel Nuovo Messico, a poche miglia dal confine con il vecchio, che in soli cinque minuti era stata capace di compiere una comparazione di numeri e procurarci le pastiglie dei freni per il nostro modello di Toyota che esiste in tutto il mondo tranne negli Stati Uniti e ancora oggi non ho capito il perché, ma avanzo l’ipotesi che l’Hilux sia semplicemente troppo piccolo per gli standard americani. Lei era una giovane donna di origini sudamericane, immigrata o figlia di migranti, il cui spirito imprenditoriale surclassava di gran lunga quello dei suoi colleghi di Tucson, tutti maschi e bianchi, americani da generazioni, perché per essere buoni lavoratori, spesso, il bisogno di mangiare è più utile del pedigree anagrafico.

Tutti questi dopo, nel ripensare al mio viaggio, non riuscivo a capirli e nemmeno a condividerli, perché gli amici che avevano visitato gli States ci erano stati per quindici o venti giorni e avevano dormito in motel con piscina e scattato selfie ai sunset point dei grandi parchi. Forse avevano visto un’altra America e se anche avevano incrociato le periferie e la provincia non avevano avuto il tempo di soffermare lo sguardo e io pensavo che nella vita la vera differenza tra le persone era data da quello che entrava nel campo visivo di ciascuno, da quale porzione di mondo, ogni giorno, ciascuno di noi sceglie di guardare.

Poi sono arrivati i fatti di Minneapolis e a me tornavano in mente cose piccole che se ne stavano annidate lontane dalla grandiosità dei panorami: la gentilezza delle persone che avevamo incontrato durante il viaggio; il sapore della pizza al forno del Panorama Pizza Pub, al miglio 224 della Parks Highway, in Alaska; la sensazione di sentirci al sicuro che avevamo provato ovunque, anche dormendo nei parcheggi di San Francisco e di New Orleans, l’unica città insieme a Memphis dove avevamo visto la polizia girare per le strade; gli homeless che passavano la notte in macchina nel parcheggio del Walmart di Cedar City, nello Utah, ricordandoci che quello che per noi era un piacere per loro era la maniera quotidiana di sopravvivere… ecco, forse anch’io avevo visto un’altra America, un’America minore che rischiava di essere dimenticata e che non finiva dentro le urne elettorali, o se ci finiva era per rimanere prigioniera del bisogno di un’identità culturale che l’avrebbe portata lontana dagli obiettivi di uguaglianza sociale e sempre più vicina, invece, alla violenza e alla paura.

Un’America fatta di donne e uomini che avrei ritrovato, una volta tornata a casa, tra le pagine dell’ultimo romanzo di Ocean Vuong, L’imperatore della gioia, qualcosa che i turisti incrociano solo di sfuggita cenando da Cracker Barrel o facendo il bucato alle lavanderie automatiche, e che si limitano a vedere come qualcosa di esotico proprio perché così diverso dalle abitudini europee, mentre laggiù, quella, è la vita di tutti i giorni: mangiare hamburger e vivere senza lavatrice, osservare un tramonto senza muovere il culo dal sedile del pick up, sconfiggere la solitudine partecipando alla messa domenicale in una chiesa metodista, stringere al petto una travel mug come fosse un atto d’amore… è la vita di tutti i giorni, forse l’unica davvero sopravvissuta all’American Dream.

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