A Muntagna incantata

Certi sogni non hanno età, a volte ti crescono dentro come bambini che non ti decidi a partorire, fino a quando qualcosa si muove più del solito e allora capisci che non ha più senso rimandare, anche se il tuo obiettivo è uno dei vulcani più attivi al mondo e il giorno dopo che hai comprato il biglietto aereo incomincia a eruttare. E va avanti a vomitare lava per quasi tre settimane, con una colata effusiva così spettacolare che ti viene voglia di andarci subito a vedere quel connubio di inferno e paradiso, quella visione paradossale di fuoco e neve. Ma intanto speri che il vulcano plachi la sua rabbia e mentre ti ripeti che con l’Etna, in fondo, è sempre un terno al lotto, cerchi conforto al pensiero che, se proprio l’eruzione dovesse sciogliere tutta la neve che circonda i crateri sommitali, a consolarti per la mancata vetta ci sarà una città meravigliosa e il suo mercato del pesce leggendario, la possibilità di rivedere un vecchio amico e quella di gustare un timballo di riso che in Sicilia è il comfort food per eccellenza, una farcitura di ragù, piselli e caciocavallo che a Catania confezionano a forma di cono, in omaggio appunto al grande vulcano… perché le arancine, da queste parti, le lasciano ai palermitani. La cosa davvero essenziale, ti ripeti, è che il vulcano non costringa a chiudere l’aeroporto, prendendo gusto a sputare lapilli e fumo, e vapori densi di zolfo che bruciano occhi e gola e cenere vulcanica che fa il solletico persino agli aeroplani.

Ma tu resti uno scialpinista del Nord, disposto a calare a latitudini africane per gustarti una cima come non ce ne sono altre, una vetta che al posto della punta ha un buco enorme che porta direttamente al centro della Terra e all’orizzonte regala il blu di un mare casalingo come il Mediterraneo. E quando lo vedi dal finestrino dell’aereo, finalmente certo del tuo viaggio al Sud, l’emozione che ti esplode dentro ricorda proprio i guizzi del vulcano: è come il sussulto di un bambino di fronte a una meraviglia, mentre le pendici sono nascoste da nubi cariche di pioggia e l’Etna è un gigante che nessuno dal basso può vedere; intanto a Catania piove così tanto che quasi rimpiangi le cime della Bergamasca, salutate in pieno sole all’aeroporto di Orio al Serio.

Il meteo però pare ottimista, giusto il tempo di scaricare i bagagli a Nicolosi e già il muso dell’auto noleggiata punta a nord, verso Piano Provenzana, dove pellare è un’azione che sai fare a occhi chiusi e anche se sono le due del pomeriggio, e sai perfettamente che oggi non raggiungerai nessuna cima, soltanto risalire le pendici etnee è già emozione pura, perché il terreno intorno a te si apre in coni minuscoli e perfetti che sono bocche antiche con cui il vulcano parlava alla sua gente, e all’orizzonte balugina un blu profondo che appartiene al mare e sopra la tua testa, quelle nubi dense e bianche che paiono uscite da un bucato, sono gli sbuffi del vulcano, è la Terra stessa che respira.

Il giorno dopo ci ritorni, a Piano Provenzana, e questo sarebbe proprio il giorno della cima, ma il tempo ha invertito le stagioni e mentre ieri nascondeva le pendici nell’autunno e scoperchiava la cima come in primavera, oggi nasconde tutti i crateri sommitali, lasciando gli sciatori a divertirsi al sole e gli scialpinisti a brancolare nelle nubi. Il vento c’è, non troppo forte e neppure molto freddo, quello che manca è soltanto di vedere a qualche metro di distanza e anche se il GPS indica la direzione, l’occhio non riconosce neppure le tracce che gli sci si lasciano alle spalle. “Troppo pericoloso” sentenzia la guida alpina che da queste parti, al di sopra dei tremila metri, diventa obbligatoria. E allora torni indietro: l’Etna non è cosa da prendere sottogamba e forse non è un caso che mentre tutto il mondo si ostini a chiamarlo al maschile, lui che è il più alto d’Europa e il più monitorato al mondo, riconosciuto Patrimonio UNESCO nel 2013, per i siciliani e in particolare i catanesi l’Etna è da sempre e solo A Muntagna, una sorta di Pachamama che ribolle sotto i nostri piedi e che allo stesso tempo è tragedia e fortuna di questo territorio, basti pensare che oltre al turismo sui suoi terreni si produce uno dei vini più pregiati d’Italia, l’Etna rosso, che ha note speziate di tabacco e cuoio, il colore del rubino e un retrogusto minerale che sa di cenere vulcanica. Perché qui siamo in Sicilia, dove le prestazioni sportive sono meno definite, più soggette alla clemenza del vento che alla certezza dell’allenamento e A Muntagna, questa lei che ha la forza di una madre e di ogni donna, ci ricorda che siamo sempre e soltanto di passaggio.

Una cena a base di pasta alla Norma e pizzoli e l’indomani ci riprovi: è l’ultimo giorno della roulette etnea, con pure il volo in tarda sera a dettare il timing della salita e allora prendi la prima cabinovia che dal rifugio Sapienza porta in alto e anche se l’orizzonte è nuvoloso non perdi la speranza che il vento confezioni una finestra di bel tempo. Il versante sud dell’Etna è più corto ma meno addomesticato, le bocche dei crateri di Sud-Est sono più vicine di quanto immaginavi e sbuffano vapori che ricordano che A Muntagna è viva proprio sotto gli sci ai tuoi piedi. Le lingue di neve si alternano a prati di lava nera, mentre lasci alla tua destra i Crateri Barbagallo e punti verso la Bocca Nuova, quella che dal Cratere Centrale esala il respiro della Terra. Poi, quando già intravedi la base del cratere, ecco che un fronte di lava ostacola il passaggio e tu, che resti pur sempre uno scialpinista del Nord, ti affanni nel tentativo di aggirarla, tornando indietro in cerca di un passaggio dove la neve non abbia ceduto alle lusinghe della primavera. In fondo siamo a tremila metri, ti ripeti perché ancora non hai capito che un vulcano è una montagna ben diversa da quelle a cui sei abituato, fino a quando è evidente a tutti che per raggiungere la cima bisogna togliere gli sci e camminare col fiato sospeso in mezzo al fronte di lava e alle fumarole, lo stesso che soltanto un mese prima avevi visto in televisione e che impiegherà due anni, dicono gli esperti, a spegnarsi del tutto. E allora via, sperando che il calore non sciolga gli scarponi, via in un paesaggio che toglie il fiato per la bellezza primitiva degli opposti: la neve e la pietra, il bianco e il nero, il vento freddo e i gas bollenti.

Dopo il passaggio infernale si torna sulla neve, rassicurante come un amico ritrovato e finalmente raggiungi la base del cratere, là dove la pendenza aumenta e la neve si fa crosta e quasi ghiaccio. Gli sci, adesso, sono compagni che ti devono aspettare, ma ormai mancano solo cento metri, i più duri certo, ma la fatica è superata dall’adrenalina e in poco tempo sei sul bordo della Bocca Nuova e ringrazi Ponente che soffia via il biossido di zolfo che irrita occhi e naso e spalanca il sipario sulla cima, su quel buco immenso che è un cordone ombelicale verso la Madre Terra. Di fronte a quello spettacolo ti avvolge una gioia muta, perché un vulcano che ribolle è la natura stessa capace di lasciarci senza fiato, è una montagna incantata che ci rapisce il cuore.

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