La vita in vetrina

A conclusione dell’anno appena trascorso, in cui ho avuto la fortuna di visitare due luoghi che mancavano all’appello da almeno quarant’anni – le Piramidi d’Egitto e il Machu Picchu in Perù – ho realizzato un ultimo desiderio trascorrendo qualche giorno ad Amsterdam, nella stagione dove la luce del sole può sembrare un ricordo e la pioggia e il vento e i cieli grigi starebbero bene anche in un romanzo di Stefánsson. Ma ad Amsterdam ci sono i canali, gonfi di acqua che riluce, e migliaia di finestre capaci di riflettere gli umori del cielo, le striature delle nuvole e tutta la vita che si agita scomposta sopra la testa della gente, sfiorando capelli d’estate e cappelli d’inverno.

Amsterdam: una parola che contiene ponti, biciclette, girasoli di Van Gogh, marijuana e ragazze in vetrina. Inutile allontanarsi troppo dai luoghi comuni, quelli che per molti anni, generazioni fa, portavano schiere di ragazzi italiani a trascorrere il Capodanno da queste parti. Per me si trattava della prima volta nella capitale dei Paesi Bassi e come sempre mi capita quando il tempo del viaggio regala il lusso di ignorare per un po’ monumenti e musei, ho trascorso le prime ore girando a zonzo, annusando l’aria come un gatto di strada e imparando in fretta che per sopravvivere in questa città bisogna fare attenzione a una cosa soltanto, le biciclette: qualunque età possa avere il conducente, per un italiano a queste latitudini la bicicletta sarà sempre il mezzo più pericoloso, tale è la velocità con cui gli olandesi si muovono sulle piste ciclabili.

In questo girovagare senza una meta apparente è stato inevitabile capitare nel quartiere a luci rosse, cresciuto intorno alla Oude Kerk – la chiesa più antica di Amsterdam – come una cintura di pulcini intorno alla sua chioccia: la chiesa fu consacrata nel 1306 e si narra che già all’epoca il quartiere fosse popolato di bordelli e frequentato da donne che si aggiravano per i vicoli con lanterne rosse per essere facilmente visibili dai marinari di passaggio; del resto la zona portuale si trova poco lontano e gli uomini non mancavano di certo. Questo connubio di sacro e profano, andato avanti per secoli, rischia ora la rottura a causa di un progetto di delocalizzazione delle sex worker, come se allontanare dal centro storico e sottrarre allo sguardo dei turisti servisse a governare un fenomeno complesso come la prostituzione.

Ma ad Amsterdam tutta la vita si affaccia a una vetrina, e non soltanto nel quartiere a luci rosse. Almeno la metà delle abitazioni posizionate a livello stradale e al piano seminterrato non possiede tende o parti oscurate che impediscano al passante di cogliere attimi di vita quotidiana: la fila di scarpe lasciate all’ingresso, i divani su cui leggere un buon libro, le mensole con le foto di famiglia e le cucine pronte a cucinare non so bene cosa, perché tutto mi è piaciuto di Amsterdam tranne il suo cibo. Sono affacciati alle finestre anche tutti gli uffici e le sale riunioni, così che gli Stand Up Meeting si offrono allo sguardo dei passanti come colazioni colorate in una caffetteria. Sarà che da queste parti il sole è merce rara, sarà che le case sono alte e strette e le facciate tutte piene di finestre per illuminare anche le stanze sul retro… sarà, ma sono rimasta affascinata da questi quadri viventi, al punto da pensare che, forse, ci vuole più coraggio a esibire la vita familiare che il proprio corpo. Lo sappiano i viaggiatori timidi e anche i puritani.

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