Quando le temperature scendono sotto lo zero, i prati di montagna si coprono di neve e le ombre si allungano in attesa del solstizio d’inverno, la migrazione ha inizio. I trampolieri della neve lasciano la pianura e affrontano anche duecento chilometri al giorno per raggiungere il luogo montano prescelto, dove risalire per ore lungo i pendii in attesa di gustare la tanto sospirata powder. È una migrazione stagionale, perseguita al solo scopo di cercare cibo per l’anima. Perché l’uomo è una strana creatura, ficcata in mezzo a un universo di essere viventi che si accontentano di cibare il corpo e la prole, mentre lui va alla ricerca di un cibo immateriale, qualcosa che potremmo definire, alla maniera di Lucio Battisti, emozioni.
Pratico lo scialpinismo da oltre trent’anni, vale a dire da quando, nel mese di dicembre, la neve aveva già coperto le cime della Bergamasca e la migrazione degli scialpinisti di pianura vantava un raggio d’azione intorno al centinaio di chilometri. Adesso che i cambiamenti climatici hanno portato sulle Alpi inverni secchi e assolati, ripenso a quegli anni quasi con tenerezza, come si pensa a una parte della propria vita in cui si è stati giovani e ingenui. Ai giorni nostri le migrazioni degli scialpinisti si sono allungate e concentrate, perché quando la neve è poca anche la ricerca del cibo si limita a zone ben specifiche, e ci sono giorni in cui parcheggiare in uno sperduto villaggio di montagna diventa più difficile che in una grande città. Per chi approccia questa disciplina per la prima volta può sembrare incredibile quanto affollamento possa esserci su una montagna in una domenica d’inverno.
Eppure… eppure i trampolieri delle nevi affrontano chilometri di autostrada per sbucare nel sole, ché se la pianura che si lasciano alle spalle è una coperta di nebbia gelida, quella visione, da sola, vale il viaggio. Ma poi si calzano gli scarponi, si indossano gli sci già pellati e si comincia a salire: lungo stradine di bosco, su prati coperti da neve dura che in basso rivelano chiazze d’erba giallastra, aggirando tronchi di larici che si sono addormentati in vista del lungo inverno, come animali che vanno in letargo, ricordandoci che ci sono stagioni per fare e stagioni per oziare. In lontananza già s’intravedono scheletri di baite e quando finalmente le raggiungo mi trovo immersa in quel meraviglioso romanzo che è “Neve, cane, piede“, di Claudio Morandini, e mi sembra di seguire il passo di Adelmo Farandola, un vecchio montanaro scontroso e smemorato che abita alpeggi ormai abbandonati, dopo che “per generazioni gli uomini hanno tentato di salvare un po’ d’erba in quella conca ingrata, un po’ di ranuncoli e soldanelle, primule e pulsatille, leguminose e graminacee, per le loro poche mucche. Erano generazioni che la povertà e la limitatezza degli orizzonti rendevano ostinate.” Insieme ad Adelmo e al suo cane gonfio di pelo, e forse anche di zecche, immagino tutta la vita che c’era prima, quando le baite erano pietre che stavano intorno a un focolare e sotto i fianchi scoscesi delle montagne si svolgevano riti da pastori.
Lo scialpinista di pianura, alla baita diroccata e anche a quella ricostruita da chi non vuole che né il tempo né la montagna l’abbiano vinta sul sudore dei suoi avi, lancia un’occhiata di sfuggita, mentre riprende fiato e in gola sospinge un gel di caffeina e carboidrati al gusto di limone. Ha fretta di salire oltre gli alpeggi, là dove il terreno si fa più ripido ed è più facile pregustare il piacere della discesa; perché lo scialpinista di pianura è in cerca di cibo per l’anima e a lui la vita che c’era prima, tutta la fatica di quello strappare alla terra cibo vero per uomini e animali, interessa poco. Più su, dall’alto di una cima aguzza o dal crinale incerto di un colle che separa la vallata da una consorella, la baita diroccata gli sembrerà soltanto un puntolino in mezzo a una distesa bianca, tutt’al più una sorta di palo tra cui fare slalom alla ricerca dell’agognata polvere.
Invece, a me, quell’alternarsi di neve, pietre e nuvole, sembra già una meta e alla fine lo scialpinismo regala non solo grandi orizzonti per sognare il mondo, ma anche vedute minori, scorci di baite, “spumose pecore che giocano con le vette e il blu oltremare“, come le ha definite in modo poetico Emanuela Verdini, compagna di acquarelli, nuvole e montagne. Non me ne vogliano i cultori della powder, se all’ebbrezza della discesa preferirò sempre la fatica della salita.

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