Qualche giorno fa un amico mi ha chiesto dei consigli di viaggio per una partenza di fine anno verso la Turchia, con tappe a Istanbul, Ankara e Cappadocia. Premesso che ad Ankara non sono mai stata, la memoria ha premuto subito il tasto dei ricordi, perché nel 1989 la Turchia rappresentò il mio primo viaggio extraeuropeo e fu un’esperienza straordinaria e indimenticabile: un intero mese a bordo di una Fiat 127 Panorama Diesel che si macinò la bellezza di 10.000 km arrancando sulle strade, spesso sterrate, dell’Anatolia, dove quasi nessuno parlava inglese e l’unico modo di comunicare erano i gesti. Al nostro rientro in Italia, al valico di Fernetti, dopo una lunghissima tappa attraverso una Jugoslavia che nel frattempo era stata divorata dall’inflazione, i doganieri chiamarono i cani antidroga per ispezionare ogni centimetro della nostra macchina e del bagaglio, fatto di indumenti di montagna, magliette sporche e tanta polvere. La parola magica che ci aveva inchiodato in frontiera era stata la risposta alla domanda del doganiere: Da dove venite? Dalla Turchia, aveva affermato il mio compagno, con l’innocenza di chi non ricordava l’impatto del film di Alan Parker del 1978, Fuga di mezzanotte. Quando l’unità cinofila dell’antidroga si presentò al valico di Fernetti, due ore più tardi, era scesa la sera, la nostra macchina era stata completamente svuotata e tutto il bagaglio giaceva su un bancone già controllato dalla polizia frontaliera, con una perizia che aveva escluso che il sapone da bucato fosse stato tagliato per nascondervi dell’hashish; anche i ramponi da ghiaccio avevano riscosso un discreto interesse. L’umano dell’unità cinofila ci squadrò per un secondo dalla testa ai piedi, poi, con un sorriso che gli era affiorato spontaneo ed era stato ricacciato subito indietro, ci spiegò che quelli della dogana non capivano nulla, ma che per farli contenti avrebbe dovuto far fare un giro al suo partner canino, il quale svolse egregiamente il suo compito di sniffatore di sostanze psicotrope in un paio di minuti, chiudendo definitivamente la questione e lasciandoci liberi di rimetterci in strada verso le nebbie padane. Riconosco adesso, a discolpa dei doganieri, che la nostra giovane età e la durata di un viaggio indipendente che avevamo condotto fuori dalla stagione turistica, non avevano agevolato il loro compito.
Nel 1989 Istanbul era un dedalo di strade piene di cafè ai cui bordi bivaccavano vecchi intenti a fumare il narghilè. Era stata una costante di tutto quel viaggio: in giro si trovavano soltanto uomini, nelle città come nei villaggi, uomini che se ne stavano accovacciati lungo i bordi delle strade ad aspettare chissà chi, mentre le donne, rigorosamente incorniciate dai foulard, lavoravano nei campi e dentro le case. Dopo Istanbul erano venute le case di tufo della Cappadocia, le gigantesche teste di pietra del Nemrut Dagi, i riflessi nelle acque termali di Pamukkale e cinque giorni di cammino nella catena dei Monti Tauri, che ci avevano lasciato addosso il gusto per l’avventura e tanta, tanta polvere.
Nella città sul Bosforo sono tornata nel 2006, senza riuscire a riconoscerla: erano cambiati gli odori e soprattutto gli scorci delle strade, spariti i caffè ottomani, le sedie di legno sgangherato appollaiate sui marciapiedi, i narghilè e soprattutto i vecchi, relegati al Ponte Galata dove continuavano a pescare nelle acque del Corno d’Oro. La città era invasa da giovani, locali alla moda, negozi di musica e cellulari, era diventata una metropoli come tante altre nel mondo. Avevo impiegato del tempo a capire che in fondo era giusto così, che quella città aveva bisogno di mostrare un volto nuovo in cui l’identità islamica fosse mitigata dal desiderio di condividere, dopo secoli di incertezze, il destino dell’Europa. Poi era arrivata l’esperienza di un bagno turco in un hammam tradizionale, dove gli ambienti per le donne erano rigorosamente separati da quelli maschili, quasi un omaggio alla splendida pellicola che fu Il bagno turco, opera prima del regista Ferzan Özpetek che la diresse nel 1997. Ed era stato proprio allora, mentre l’addetta al bagno mi strofinava la schiena con la forza di una lavandaia al fiume, che avevo compreso che ciò che rimaneva alla fine di ogni viaggio era proprio quella polvere che in gran quantità era depositata sul nostro bagaglio al valico di Fernetti. Era La polvere del mondo di cui parla Nicolas Bouvier nel suo meraviglioso diario di viaggio, quando, nel 1953, a bordo di una Fiat Topolino e in compagnia di un amico pittore, lascia Ginevra per attraversare i Balcani, la Turchia, l’antica Persia e raggiungere Kabul. Sei mesi di avventura pieni di incontri e di luoghi descritti con rara sensibilità da un giovane che da bambino se ne stava in silenziosa contemplazione degli atlanti. La polvere del mondo era ciò che rimaneva appiccicato alla pelle, a testimonianza di tutti gli attimi che avevano fatto di una partenza un vero viaggio.
E allora, a quell’amico che mi chiede consigli per il suo viaggio di fine anno in Turchia voglio dire: immergiti nel calore di un bagno termale, assapora una spremuta di melagrane, annusa l’odore salmastro durante la navigazione sul Bosforo e lasciati tentare, se ti piace, dalla corposità dello yogurt prodotto nel villaggio di Kanlica, servito a bordo del traghetto. Infine vai incontro al silenzio sacro che regna all’interno della Moschea Blu, perché in quell’armonia di luce, vuoto e penombra ritroverai pensieri e preghiere dimenticate. Poi verranno i musei, le raffinate piastrelle del Palazzo Topkapi e magari un giro in mongolfiera sopra i Camini di fata della Cappadocia, ma quello che ti porterai a casa dalla Turchia, e che resisterà al trascorrere del tempo, sarà proprio la polvere rimasta sulla pelle, a ricordo di tutti gli istanti di vita vissuta.
N.B. La fotografia che trovate alla fine di questo articolo immortala, vicino alle rocce tufacee della Cappadocia, l’Ippocampo, il mezzo con cui viaggio negli ultimi anni: si tratta di un Toyota Hilux su cui è montata una cellula abitativa. Il nome non ha nulla a che vedere con il cavalluccio marino, ma è la somma di due parole: ippo, perché il muso del Toyota mi ha sempre ricordato quello di un ippopotamo, e campo, come libera contrazione del sostantivo camper, perché praticamente è come avere un minuscolo camper con le prestazioni di un fuoristrada di classe, dove poter dormire, cucinare e rifugiarsi a leggere un buon libro quando fuori diluvia… manca soltanto il bagno, ma questa è tutta un’altra storia!

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