L’uomo che ho ritratto nel disegno si chiama Rashid Al Halak ed era il più famoso e forse l’ultimo degli hakawati, i tradizionali cantastorie di leggende arabe che popolavano la Siria. Ho avuto la fortuna di conoscere Rachid in occasione del mio viaggio in Siria nella primavera del 2008, quando ancora esercitava la sua professione nello storico caffè di Damasco, l’Al-Nawfara. Avevo sentito parlare della magica atmosfera che producevano le sue parole e verso l’ora del tramonto, un’ora incerta che segnava l’inizio della sua esibizione, mi ero accomodata all’interno del caffè, stupita che tutti i turisti restassero a gustarsi tè alla menta e bibite fresche all’esterno del locale, forse ignari del rito che di lì a poco sarebbe andato in scena. L’interno dell’Al-Nawfara, invece, era gremito di gente del posto, vecchi e soprattutto giovani intenti a inalare aromi preziosi dai narghilè; c’erano anche alcune donne, perché i tempi sembravano cambiati. Là dentro, io e il mio compagno eravamo gli unici stranieri.
Rachid Al Halak, meglio conosciuto come Abu Shadi, indugiava in un angolo davanti a un bicchiere di tè, ascoltando i racconti di un vecchio amico. Si capiva subito che le parole gli erano sempre piaciute. Indossava pantaloni alla turca di stoffa morbida e grigia, una camicia bianca dalle maniche a sbuffo, un gilet del medesimo grigio topo dei pantaloni e in testa un fez bordeaux. In fondo alla stanza, rialzata su un piccolo palco, c’era una sedia di legno che ricordava il trono di un re decaduto e davanti un tavolino in ferro che ospitava una coppia di bicchieri con acqua e tè. Poi, col fare sornione di chi sa di alimentare un’attesa, Rachid aveva impugnato gli strumenti del mestiere, un grande libro nero e una spada, e si era accomodato con fare solenne sulla sedia, trasformandosi davanti ai miei occhi nell’hakawati, il cantastorie.
Di quell’incontro conservo un ricordo molto preciso e ne ho scritto nel mio libro L’isola delle correnti. Ci dividevano i suoni di una lingua a me sconosciuta, ma ci univano la gestualità e l’ardore dei suoi occhi neri capaci di emozionare e di incollare alla teatralità delle parole l’intero pubblico del locale.
E il potere delle parole dell’hakawati mi è tornato in mente in questi giorni di guerra in Medio Oriente, mentre sto leggendo il libro più famoso della scrittrice iraniana Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, e dalle sue pagine affiora, come rito collettivo per sopravvivere alla paura dei bombardamenti, proprio la lettura e l’ascolto della prosa e della poesia. Scrive Azar Nafisi: “Leggevamo a turno, a voce alta, e le parole sembravano salire in alto per poi ricadere su di noi come rugiada. Ascoltare quella lingua perfetta era una gioia quasi fisica, cui ci abbandonavamo increduli. Continuavo a domandarmi: quando l’abbiamo perduta, questa capacità di dare estro e luce alla vita con la poesia? In quale preciso momento è andata smarrita?“
Le parole dell’hakawati le ricordo proprio così, simili a spirali di luce che si mischiavano alle volute di fumo dei narghilè, prima di ricadere sopra la gente come rugiada fresca. Lui si chiamava Rachid Al Halak ed era l’ultimo cantastorie di Damasco.

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